Il fascino del dimenticato

Documenti della Rivoluzione Agricola del XVIII Secolo in Montelanico (RM)

Durante le ricognizioni sul nostro territorio e osservando come la natura si sia riappropriata di coltivi abbandonati, emergono fatiscenti strutture rurali non più in uso. Nonostante il tempo trascorso traspare inalterata una testimonianza carica di significato che rievoca ricordi di vita passata. Se questo segmento di storia lo facciamo dialogare con il presente, potrebbero uscirne dei suggerimenti che sarebbe saggio prendere in considerazione. La scoperta avviene leggendo le sagome che rimangono nascoste nella vitalità dell’incolto. La sensazione che si ha è quella di entrare in una casa stagionale e vedere drappi bianchi che avvolgono mobili e suppellettili varie, lasciandone immaginare ciò che è protetto dalla polvere. E’ così che si scopre il fascino di strutture architettoniche rurali appartenute a una recente civiltà contadina. Fatto il necessario disboscamento, evidenziati i particolari che meglio definiscono le finalità e quindi la destinazione d’uso, la struttura viene graficamente ricostruita allo scopo di salvarne la testimonianza che ci fa rivivere un aspetto di vita quotidiana  dei nostri nonni.  In questa parte di ricerca cerchiamo di evidenziare la funzione e l’importanza economica delle portiere:così sono chiamate a Montelanico le strutture usate per lo svezzamento dei lattonzoli e la protezione delle scrofe dalle eccessive e pericolose gravidanze. Le portiere riconosciute come tali, in totale sono otto, ma quelle che hanno generato significativi profitti sono sei. Prima di giungere al risultato architettonico delle così dette portiere, erano usati i primordiali stazzi di forma circolare, costruiti con muri a secco di altezza tale da non poter essere scavalcati sia dall’interno che dall’esterno. Una descrizione del tutto simile ci è fornita nel XIV libro del poema epico greco, Odissea, nel punto in cui, Ulisse, tornato ad Itaca si dirige verso lo stazzo del porcaro Eumeo.

Le portiere, di forma e dimensioni diverse, sono presenti a Montelanico già nella prima metà del XIX secolo quando anche nel basso Lazio si diffondono i benefici effetti della “rivoluzione agricola” del XVIII secolo. Questo eccezionale evento è stato essenzialmente determinato dall’abbandono del maggese in favore di una sistematica rotazione continua delle colture. La rotazione continua si sostituisce definitivamente al maggese dopo aver accertato che ogni specie di pianta oltre ad assorbire un diverso nutrimento dal terreno, lo assorbe anche a una diversa profondità. Il criterio è ulteriormente migliorato inserendo nel ciclo della rotazione piante foraggere e leguminose che hanno la proprietà di rilasciare nel terreno sostanze fertili. Questa straordinaria scoperta comportò una maggiore resa di prodotto per ettaro e un graduale aumento di capi di bestiame, generato dalla maggiore disponibilità di foraggio. Altro elemento, non trascurabile, è stato la diffusione del drenaggio dei terreni soggetti a ristagni d’acqua; infatti canali di scolo accuratamente studiati hanno dato maggiore agibilità alle terre interessate, permettendo  di praticare, anche per queste, semine invernali. La rapida diffusione di questa  rivoluzione andrà a influenzare i regimi agrari, prevalentemente feudale e collettivistico, con la nascita di regimi basati sulla proprietà privata e quindi sul libero e pieno godimento della stessa.

Questa grande trasformazione renderà possibile la “rivoluzione industriale” il cui contributo al processo evolutivo che si stava delineando è facilmente intuibile. Il primo agronomo a consigliare la rotazione con piante foraggiere fu l’italiano, Camillo Tarello, pubblicando nel 1556 un manuale di agronomia.

Nel 1753 nasceva a Firenze l’Accademia dei Georgofili, che sarà il faro di riferimento per gli studiosi di agronomia, permettendo ai contadini di affidarsi, oltre alla personale esperienza, a testi scientifici. Nel Lazio meridionale le prime considerazioni sulla rivoluzione agricola già affermatesi nei Paesi Bassi, in Inghilterra e in Francia, trovano riscontro in una dissertazione dell’anagnino Antonio Colacicchi del 1788, dal titolo “DE’ MEZZI DA PREVENIRE LE CARESTIE NELLA CITTA’ E TERRITORIO DI ANAGNI”. In questo erudito saggio il Colacicchi dava conto degli scarsi risultati sia nelle coltivazioni sia nell’allevamento, non tutti attribuibili alle carestie, evidenziando i lusinghieri risultati che si stavano ottenendo in Inghilterra, dove si diffondeva un considerevole stato di benessere. Le migliori condizioni di vita stimolano tutto il mondo agricolo che vede contadini e allevatori selezionare sementi e capi di bestiame. Gli allevamenti si diffondono e si differenziano secondo le caratteristiche del territorio. Le stalle passano da semplici ricoveri a strutture che tengono conto dello stato di benessere degli animali, migliorandone il loro stato igienico. Anche in questo, l’Europa del nord è avanti qualche anno rispetto a quella del sud. Nel 1887 in Italia nasce la Direzione di Sanità Pubblica, e da questa data in poi la nostra nazione si porterà al passo delle altre. A Montelanico le naturali caratteristiche del territorio, permette uno sviluppo sia nel settore delle coltivazioni che in quello dell’allevamento, in modo particolare l’allevamento del maiale che trova nei boschi di querce, castagni, e faggi il suo naturale nutrimento. I maiali erano allevati allo stato brado, e solo per partorire e svezzare i lattonzoli le scrofe venivano tenute all’interno delle portiere, altrove dette porcarecce. Ma perché una porcareccia viene chiamata portiera? “tenda ricca e pesante posta alle porte degli appartamenti per difesa o per ornamento”, questo è il significato che ne dà lo Zingarelli. Analizzando inoltre le altre valenze, emerge un comune denominatore che è quello di proteggere l’ingresso in un’ambiente da presenze o effetti indesiderati. La tenda in ogni caso può sostituire la tradizionale porta in legno, oppure precedere la porta stessa in modo tale che per entrare bisogna spostarla da una parte e rilasciarla nel momento in cui si sta per accedere in questo locale così particolare. Su scala diversa, ma con lo stesso scopo si basa la bussola che, posta all’ingresso principale di molte chiese funge da anticamera, dividendo il flusso dei fedeli in due direzioni opposte, evitando la luce diretta dall’esterno, attutendo i rumori e miticando il naturale ricambio d’aria; questo criterio architettonico torna utile per proteggere l’atmosfera mistica che caratterizza il luogo sacro.

Ma cosa lega una pesante tenda alla struttura rurale della porcareccia/portiera? 

Queste strutture erano divise in stalli, il cui numero era funzione dei capi allevati, mentre la disposizione in pianta poteva essere ad emiciclo o su due corpi paralleli.
Gli stalli non erano confinati con strutture definitive, in quanto la loro superficie doveva essere sufficiente ad accogliere una scrofa con otto o dodici maialini,  quindi aumentata o ridotta utilizzando dei pannelli come pareti mobili.  Non avendo trovato nessuna memoria, né scritta né orale, dobbiamo ipotizzare che in origine ad avere la funzione di pannello divisorio fosse stato uno scampolo di tessuto in canapa. La canapa, coltivata in abbondanza a Montelanico, aveva tantissimi impieghi, tra questi quello di fertilizzare i terreni poveri, vedi “le Breccicale”. Considerato che lo svezzamento primario avveniva tra febbraio e marzo, e visto che i maiali in genere soffrono il freddo e il caldo, il tessuto grazie alla sua fibra cava ha un effetto termoisolante, quindi riusciva a rendere più confortevole il microclima che si generava all’interno di queste provvisorie custodie, influenzando positivamente lo stato di salute dei lattonzoli. 

L’allevatore, intuito che tutto ciò migliorava la qualità e bontà del prodotto, riteniamo abbia voluto distinguere la sua struttura chiamandola “portiera” dall’insieme di drappi di canapa usati per definire la superficie degli stalli. Sicuri di non essere smentiti possiamo affermare, invece, che la qualità dei maiali di Montelanico, il reale nero casertano, era nota nei dintorni, nei castelli romani per l’uso classico della tradizionale “porchetta” e nella capitale, dove nel vecchio mattatoio di Testaccio, per alcuni specialisti dell’allevamento la richiesta non era a numero, bensì: “tutti quelli che avete. La caratteristica di questo prodotto era figlia non solo delle particolari cure e della ricca e variecata dieta alimentare, ma anche di una  figura preparata e ricercata per le sue delicatissime prestazioni, il castratore. Questo empirico professionista garantiva che l’operazione non sarebbe stata sconveniente per la bontà delle carni. Una testimonianza indiretta data dal proprietario della trattoria “Al Vecchio Mattatoio” (non più esistente) riferiva che tra i tanti fornitori del più grande e moderno mattatoio d’Europa, e tra i più accreditati c’era il sig. Mazzocchi Augusto di Montelanico, il quale poteva vantare una fornitura media di trecento maiali annui.  Il successo di questa attività incoraggiò l’incremento dell’allevamento bovino, grazie soprattutto alla ricchezza d’acqua del nostro territorio ed agli investimenti fatti per l’escavazione di pozzi di notevole dimensioni, indispensabili per l’allevamento di animali di grossa taglia. Questo passaggio per gli allevatori di suini si nota con la costruzione in appoggio alla portiera di una adeguata stalla. Il consolidamento del benessere stimola e incrementa la coltivazione della vite coinvolgendo una fascia sempre più ampia della popolazione. La necessità di conservare il vino prodotto, in luoghi freschi e asciutti come le grotte, ( inizialmente sono state usate dismesse cave di pozzolana), porta all’escavazione di grotte dedicate all’uso specifico, alcune di queste veri e propri gioielli sono datate 1825 ÷ 1867.

I tempi degli antichi palmenti, tenuti in campagna, ritornano solo nella memoria dei nonni, le cantine più moderne fanno sfoggio di un moderno torchio incassato nel muro e le vinacce sono lì che aspettano per dare ancora qualcosa, l’acquavite.

La visita a questo scaffale dei ricordi ci porta ad invocare la protezione di queste eccezionali testimonianze, soprattutto dalle sconsiderate riqualificazioni.